Piana di Sibari, Mazza: “Siamo davvero sicuri che sia così difficile arrivarci?”
Intervento
Raggiungibile eppure ignorata: il paradosso di una terra più vicina di quanto la propaganda dell’isolamento voglia raccontare
Lunedì 3 agosto 2026
Siamo davvero sicuri che lo Jonio sia difficile da raggiungere?
La domanda merita una risposta distinta a seconda del contesto, perché non tutto l’Arco Jonico condivide lo stesso grado di isolamento. Il Crotonese, questo sì, sconta una difficoltà oggettiva. Oltre Sibari la viabilità si fa precaria e la ferrovia resta ferma a un tracciato che somiglia a un refuso d’epoca borbonica. Per la Sibaritide, invece, questa difficoltà non esiste. Non esiste perché, paradossalmente, la Sibaritide è oggi il contesto turistico più facilmente raggiungibile della Calabria. E vale tanto dal versante adriatico, quanto da quello tirrenico.
I dati ISTAT sulla mobilità turistica confermano la cornice entro cui va letto questo paradosso. Quasi il settanta per cento dei viaggi turistici degli italiani si compie in automobile. Il restante si divide tra treno e aereo. Ma rappresentano, insieme, quote minoritarie rispetto alla strada.
Su questo punto, però, conviene essere precisi.
I flussi diretti verso la Calabria provengono, nella loro quasi totalità, da nord. Per pura geografia, dunque, chi viaggia in automobile da nord incontra la Sibaritide prima di qualunque altra destinazione jonica o tirrenica calabrese.
È proprio la questione infrastrutturale, oggi, a confermare la geografia. La quattro corsie arriva già fino a Sibari: dallo svincolo di Firmo, dieci minuti d’auto bastano per raggiungerla. Con il completamento del terzo megalotto sul versante jonico, l’anello si chiuderà anche dal lato pugliese. In prospettiva, quindi, pure chi arriverà dalla dorsale adriatica troverà una strada veloce fino a Sibari. Ma il megalotto facilita il transito. Non impone la sosta. La Sibaritide, anche a opera completata, rischia di restare una zona di attraversamento. A meno che non affronti, nel frattempo, tutto ciò che la rende una terra da superare e non una terra dove fermarsi.
Oggi chi viaggia dal versante adriatico si ferma in Puglia, senza proseguire oltre. E i numeri lo confermano. La Puglia ha superato perfino la Sardegna per affluenza turistica. Se quei flussi non raggiungono la Calabria, la ragione è semplice: restano già dove trovano un’offerta a trattenerli. Chi viaggia dal versante tirrenico, salvo chi esca a Lagonegro per raggiungere la Riviera dei Cedri, arriva a Firmo e oltrepassa lo svincolo. Prosegue verso Pizzo, Tropea, la Costa degli Dei, la Costa degli Aranci, la Costa Viola.
La Sibaritide resta la meta più vicina e la più raggiungibile.
Resta, insieme, la meta meno scelta.
Ci siamo mai chiesti realmente il perché di tutto questo?
Non l’isolamento, ma il conto delle scelte sbagliate
Un paradosso numerico smaschera l’ipocrisia della narrazione locale. Corigliano-Rossano e Sibari (Cassano) figurano sulla carta come il secondo e il terzo comune della Calabria per presenze turistiche, subito dopo Ricadi. Eppure quei numeri non si riversano sui lungomare. Non animano le marine. Non generano l’economia serale che si respira altrove. Il Codex, il Castello Ducale, i centri storici in generale restano patrimoni reali, ma isolati. Lungo lo Jonio i borghi antichi distano chilometri dalla costa, mentre sul versante tirrenico centro storico e marina formano un tutt’uno naturale.
Una pianura costiera, di per sé, rischia l’anonimato paesaggistico.
Se a questa neutralità geografica non si contrappone un’armatura urbanistica di prim’ordine, il territorio resta trasparente agli occhi di chi cerca una vacanza. Usare la carenza di trasporti come alibi universale copre soltanto le responsabilità di una classe dirigente che, a sud di Sibari, non ha mai preteso con fermezza la vera priorità: garantire un’effettiva continuità territoriale.
Nessuna pista d’atterraggio sostituisce un binario elettrificato.
Nessun comunicato stampa sostituisce una strada sicura.
Inseguire la chimera di uno scalo RAM significa ignorare le dinamiche economiche più elementari. I costi d’esercizio spaventosi, la capienza ridotta dei velivoli, l’incapacità strutturale di generare volumi credibili di passeggeri o merci trasformano l’aviosuperficie in un contenitore vuoto. Diventa un involucro inutile. Vive soltanto nei comunicati elettorali.
Il vero delitto, semmai, è ciò che abbiamo costruito dove si sarebbe dovuta progettare l’accoglienza.
Solo a Corigliano-Rossano, intere porzioni di litorale sono state e continuano a essere soffocate sotto seconde e terze case. Sono abitazioni spacciate un tempo per residenze esclusive. Si sono rivelate, alla prova dei fatti, desolati agglomerati che ricordano più delle RSA diffuse che architetture di pregio. Due soli alberghi, in decine di chilometri di riviera, sorgono direttamente sul mare.
I resort di livello vivono come isole felici, ma raffigurano cattedrali nel deserto. Enclavi turistiche da cui l’avventore non ha ragione di uscire. Perché fuori non trova passeggio. Non trova servizi. Non trova un’identità ricettiva. Trova solo cemento privato e decontestualizzato.
Il vero problema non è mai stato l’isolamento. Il vero problema siamo noi.
La svolta possibile: dati, rete e visione di sistema
La Sibaritide deve compiere un’operazione verità prima ancora che un’operazione infrastrutturale.
Manchiamo di bellezza, di pacchetti attraenti, di un appeal capace di spingere il visitatore a scegliere questo pezzo di Calabria rispetto a un altro. E nessuna aviosuperficie o aeroporto internazionale potrà mai correggere un deficit estetico e ricettivo.
Questo bagno di lucidità deve cominciare dagli attori del territorio, prima ancora che dai piani regolatori. Chi amministra, chi investe, chi progetta la Sibaritide deve viaggiare e scoprire cosa offrono territori simili. Bisogna conoscere ciò che accade oltre i propri confini. Smettere di trattare questa terra come un’isola dentro un mondo che isola non è.
Copiare, in sé, non costituisce una colpa. Costituisce un metodo, a condizione che si copi ciò che è davvero trasferibile. Si possono ricalcare modelli ricettivi, prodotti, servizi pensati per territori dalle caratteristiche geografiche affini. Non servono format nati altrove e qui semplicemente calati.
Proporre nell’Arco Jonico soluzioni pensate per la Costiera Amalfitana o per la Costa degli Dei significa ripetere l’errore opposto e speculare. Significa ignorare la pianura, la viabilità e la morfologia costiera che caratterizzano questo territorio. Significa sostituire l’incapacità di guardare fuori con quella di realizzare dentro.
Il territorio compreso tra Sibari e Crotone, per svegliarsi dal proprio coma, deve abbandonare la politica dei piccoli orticelli e la cultura dell’annuncio. Deve abbracciare, al contrario, quella dei dati e della pianificazione integrata.
Servono piani industriali per la ricettività alberghiera costiera.
È necessaria una riqualificazione estetica radicale dei litorali.
Bisogna avviare una regia di rete capace di collegare Sibari a Crotone come un unico prodotto turistico, non come due periferie concorrenti.
Serve, prima di tutto, la pretesa collettiva delle opere prioritarie: la vera Statale 106, la ferrovia elettrificata, i collegamenti intermodali veloci.
Continuare a vendere il brutto spacciandolo per eccellenza, non cambierà le cose. Continuare a incolpare l’assenza dell’aeroporto sotto casa: ecco la vera condanna.
Alla Sibaritide non serve chi guardi ovunque. Le serve chi sappia guardare a ciò che le somiglia.
Domenico Mazza
