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Sanità territoriale, Mazza: “Nuovi servizi o nuove insegne?”

Intervento

9 Ospedali di Comunità e 26 Case della Comunità nel Cosentino: la vera sfida sarà capire quanta capacità assistenziale è stata realmente costruita

Lunedì 14 settembre 2026

C’è una fotografia della sanità calabrese che merita di essere osservata con attenzione. Non per contestarla. Non per demolire ciò che viene annunciato come una svolta. Ma per provare a capire cosa ci sia realmente dentro quella fotografia.

In provincia di Cosenza arrivano 9 Ospedali di Comunità e 26 Case della Comunità: 35 presidi presentati come la nuova frontiera della sanità di prossimità.

Il PNRR ha messo a disposizione risorse ingenti. L’ASP oggi rivendica il risultato raggiunto. La macchina organizzativa si prepara a entrare nella fase operativa.

Tutto bene, dunque? Forse sì. Eppure, una domanda resta lì, inevitabile. Stiamo costruendo una nuova sanità? O stiamo semplicemente dando un nuovo nome, una nuova funzione e una nuova organizzazione a una parte della sanità che già esisteva?

È una domanda scomoda, ma non è una critica. È il minimo sindacale che dovrebbe accompagnare ogni grande trasformazione annunciata come una rivoluzione.

La fotografia è scattata. Lo sviluppo, ancora no.

La sanità che cambia insegna

Ospedali di Comunità e Case della Comunità hanno funzioni differenti, ma dentro questa operazione rappresentano un’unica grande domanda: quanto c’è di nuovo e quanto, invece, di riconvertito?

La programmazione PNRR dell’ASP di Cosenza non prevedeva nuovi edifici, né per gli Ospedali di Comunità né per le Case della Comunità. Prevedeva la riconversione di strutture già esistenti. E questo non è necessariamente un limite. Recuperare strutture esistenti può essere una scelta perfettamente razionale. Anche quando sono rimaste sottoutilizzate, ridimensionate o progressivamente svuotate delle loro funzioni.

Ma qui sta il punto.

Una cosa è cambiare la funzione di una struttura. Un’altra è aumentare realmente la capacità assistenziale del territorio. Perché il rischio, altrimenti, è quello di confondere la trasformazione dell’edificio con la trasformazione della sanità.

Cambiano le denominazioni. Cambiano le funzioni. Cambiano gli orari. Cambia l’organizzazione. Ma quanto cambia, concretamente, per il cittadino?

La Casa della Comunità dovrà offrire una presenza territoriale capace di intercettare i bisogni prima che diventino emergenze. L’Ospedale di Comunità dovrà garantire una funzione assistenziale intermedia che non può essere semplicemente quella di un vecchio presidio con una nuova targa.

Ritornano, quindi, domande che la Calabria conosce fin troppo bene. Quante volte abbiamo chiuso, ridimensionato, svuotato e poi riconvertito una struttura? Quante volte ne abbiamo celebrato la rinascita sotto una nuova denominazione?

Non sono le insegne a fare la sanità. È ciò che accade dietro quelle porte.

Il personale: la vera prova del nove

Poi c’è il personale. Ed è probabilmente qui che si giocherà la partita vera.

L’ASP parla di 591 nuove assunzioni e del coinvolgimento di 502 medici di medicina generale. Sono numeri significativi e sarebbe miope non riconoscerlo. Ma anche qui occorre distinguere. I primi sono personale dipendente, i secondi professionisti convenzionati. Sommarli restituisce oltre mille persone.

Le dichiarazioni dell’azienda, inoltre, parlano di 180 posti letto aggiuntivi, distribuiti sui 9 Ospedali di Comunità: circa 20 a struttura. Si tratta di nuovi posti ponte: un filtro tra la Casa della Comunità e l’ospedale classico.

Aprire nuove strutture, dopo tutto, significa garantire nuova capacità assistenziale. Le risorse non vanno semplicemente spostate da una parte all’altra della stessa azienda sanitaria. Se una parte del personale già presente nel sistema viene redistribuita verso le nuove strutture, non abbiamo necessariamente creato nuova sanità. Abbiamo riorganizzato quella esistente.

E la differenza non è semantica. È sostanziale.

Perché la Calabria conosce già fin troppo bene il meccanismo delle riorganizzazioni sulla carta. Cambiano gli organigrammi. Cambiano le denominazioni. Cambiano le funzioni. Ma il cittadino continua a dover aspettare, spostarsi, prenotare, inseguire un medico o finire al pronto soccorso per ottenere una prestazione che dovrebbe trovare sul territorio.

La vera rivoluzione, dunque, non sarà inaugurare le strutture. Sarà riuscire a farle funzionare senza impoverire l’esistente.

Va verificato il rafforzamento. Va verificata la tenuta nel tempo.

Il PNRR e la corsa contro il tempo

Poi c’è il PNRR. Qui bisogna essere ancora più chiari. Il Piano ha imposto tempi, obiettivi e scadenze. Quando una montagna di risorse pubbliche è legata a un cronoprogramma, la necessità di arrivare al traguardo entro la data stabilita diventa inevitabilmente fortissima.

L’ASP Cosenza rivendica di avere rispettato il percorso e di avere evitato la perdita delle risorse comunitarie. È un risultato che va riconosciuto. Proprio questo, però, introduce il dubbio. Il rischio, a quel punto, è che la velocità amministrativa finisca per diventare più importante della profondità della trasformazione.

Ristrutturare è più veloce che costruire. Riconvertire è più veloce che creare. Riorganizzare è più veloce che potenziare.

Allora la domanda diventa inevitabile: il PNRR ha prodotto una nuova rete sanitaria oppure ha offerto l’occasione per accelerare una gigantesca operazione di riconversione dell’esistente?

Non lo sappiamo ancora.

Proprio per questo, non serve gridare allo scandalo. Serve aspettare i fatti.

Fra qualche mese l’effetto inaugurazione sarà finito. Le targhe saranno diventate parte dell’arredo. Nessuno parlerà più delle risorse PNRR. Resterà soltanto una cosa da misurare: il servizio reso al cittadino.

Se una persona troverà un medico dove prima non c’era, una prestazione dove prima doveva spostarsi, un’assistenza continuativa dove prima c’era soltanto attesa, allora sì: avremo costruito qualcosa di nuovo.

Se invece avremo soprattutto preso strutture già esistenti, cambiato destinazione, redistribuito personale e modificato l’organizzazione, allora avremo realizzato una grande operazione di maquillage amministrativo.

Sia chiaro: non sarebbe necessariamente un fallimento. Ma non sarebbe nemmeno una rivoluzione.

Le targhe cambiano in un giorno. La sanità cambia in una generazione.

Domenico Mazza

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