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Reiki, libertà di cura e responsabilità culturale Una riflessione di Annunziato Gentiluomo, Presidente di Reiki Professionisti Reikologi – CS

Reiki, libertà di cura e responsabilità culturale

Una riflessione di Annunziato Gentiluomo, Presidente di Reiki Professionisti Reikologi

Le recenti dichiarazioni dell’Associazione Internazionale degli Esorcisti sul Reiki hanno suscitato un acceso dibattito, alimentato da prese di posizione forti e da reazioni altrettanto nette.

Come Presidente dell’Associazione Reiki Professionisti Reikologi, sento il dovere di intervenire con uno spirito diverso: non per alimentare la contrapposizione, ma per offrire una riflessione fondata sul dialogo, sulla ricerca e sul rispetto reciproco. Non desidero essere divisivo, ma ritengo sia necessario un intervento che stimoli il ragionamento.

In una società democratica ogni confessione religiosa ha il pieno diritto di esprimere il proprio discernimento dottrinale. È un principio che considero irrinunciabile e che va tutelato come espressione della libertà religiosa.

Allo stesso modo, però, ritengo che una valutazione di natura teologica non possa essere assunta come criterio universale per giudicare una pratica che appartiene all’ambito delle discipline complementari di benessere e della relazione di cura, minando l’operato e lo studio di migliaia di operatori che hanno alle spalle anni di formazione e che operano quotidianamente nell’accompagnamento delle persone secondo principi di competenza, etica e responsabilità

Sono due piani differenti, entrambi legittimi, ma non sovrapponibili. Confondere il piano del discernimento religioso con quello della valutazione scientifica rischia di generare incomprensioni che non giovano né alla ricerca né al dialogo tra culture e saperi differenti.

Il Reiki non nasce come religione, non propone una dottrina di salvezza, non richiede l’adesione a una fede, non invita ad abbandonare il proprio credo religioso e non sostituisce in alcun modo la medicina. È una pratica di origine giapponese basata sull’imposizione delle mani, il cui obiettivo è favorire uno stato di rilassamento profondo e di benessere psicofisico, in un’ottica di miglioramento della qualità della vita. Nel suo paradigma tradizionale si ritiene che favorisca i processi di riequilibrio della persona; sul piano scientifico, le evidenze oggi disponibili documentano soprattutto benefici nella riduzione dello stress, dell’ansia e del disagio emotivo, mentre non consentono di attribuirgli un’efficacia specifica nella cura delle malattie. Si tratta, infatti, di una pratica che, come detto, non sostituisce in alcun modo la prestazione sanitaria, ma può affiancare il lavoro del medico o del terapista contribuendo al benessere globale della persona, alla riduzione dello stress e a una migliore qualità dell’esperienza di cura, senza sostituire in alcun modo gli interventi sanitari. Può essere ricondotta, sul piano sociologico, all’ambito delle helping professions, in quanto fondata sulla relazione d’aiuto, sull’ascolto e sull’accompagnamento della persona.

Proprio per questo motivo il Reiki viene definito una pratica complementare e non alternativa. Questa distinzione è essenziale.

Come Associazione di categoria abbiamo sempre sostenuto che il Reiki non debba mai essere proposto in sostituzione delle terapie mediche, ma come possibile supporto alla persona all’interno di un percorso integrato di cura, nel pieno rispetto delle competenze dei professionisti sanitari e delle evidenze scientifiche disponibili.

È la stessa prospettiva che ha portato numerose strutture ospedaliere, in Italia e nel mondo, a sperimentarne l’impiego come intervento complementare. Negli Stati Uniti importanti centri ospedalieri e oncologici hanno inserito programmi di Reiki all’interno dei servizi di medicina integrata. Analoghe esperienze sono presenti nel Regno Unito, in Canada, in Australia, in Nuova Zelanda, in Svizzera e in altri Paesi. Anche in Italia il Reiki è stato accolto in alcune realtà ospedaliere, tra cui l’Ospedale Regina Margherita di Torino, l’Ospedale Carlo Poma di Mantova e, più recentemente, gli Ospedali Riuniti Marche Nord di Pesaro con la “Stanza del Benessere”, uno spazio dedicato all’umanizzazione delle cure rivolto ai pazienti oncologici. La presenza del Reiki in tali strutture non costituisce una prova della sua efficacia clinica, ma testimonia che istituzioni sanitarie di alto livello hanno ritenuto opportuno studiarlo e integrarlo come intervento complementare di supporto al benessere della persona. È importante sottolinearlo con chiarezza: nessuna di queste strutture considera il Reiki una terapia oncologica. Lo propone invece come possibile sostegno alla qualità della vita, alla riduzione della tensione emotiva e al miglioramento dell’esperienza della persona durante un percorso terapeutico spesso complesso e doloroso, a volte costellato dal fantasma della solitudine.

Ogni persona, nel rispetto del consenso informato e delle indicazioni dei professionisti sanitari, dovrebbe poter scegliere liberamente se integrare il proprio percorso di cura con pratiche complementari che presentino un adeguato profilo di sicurezza. Questa libertà di scelta costituisce uno dei principi fondamentali dell’etica sanitaria contemporanea e dell’autodeterminazione della persona

La ricerca scientifica, pur evidenziando la necessità di ulteriori studi di elevata qualità metodologica, non descrive il Reiki come una pratica pericolosa. Le principali revisioni sistematiche indicano risultati promettenti soprattutto nella riduzione dell’ansia, dello stress e nella percezione del benessere, riconoscendo al contempo i limiti delle evidenze oggi disponibili. È precisamente questo il motivo per cui le istituzioni scientifiche internazionali continuano a promuovere nuovi studi: non per confermare una verità già acquisita, ma per comprendere sempre meglio quali benefici possa offrire e in quali contesti.

Da sociologo della comunicazione, ricercatore, operatore e formatore, mi colpisce un altro aspetto di questa vicenda.

Nel dibattito pubblico sembra affermarsi con sempre maggiore frequenza una tendenza a giudicare ciò che non appartiene al proprio sistema di riferimento attraverso categorie assolute, che difficilmente favoriscono il dialogo. Quando si ricorre a definizioni che evocano il peccato, il maligno o il pericolo spirituale riferite a milioni di persone che praticano il Reiki nel mondo – molte delle quali sono credenti e vivono serenamente la propria fede -, il rischio è quello di alimentare una narrazione divisiva, nella quale il confronto lascia spazio alla delegittimazione reciproca.

Credo invece che il pluralismo rappresenti una ricchezza. La storia insegna che il dialogo tra saperi differenti produce spesso avanzamenti culturali, mentre la delegittimazione reciproca genera soltanto contrapposizioni. È proprio nei momenti di maggiore complessità che occorre distinguere il confronto critico dalla demonizzazione.

La medicina ha il compito di valutare le pratiche secondo criteri di efficacia, sicurezza e appropriatezza.

Le religioni hanno il compito di accompagnare spiritualmente i propri fedeli.

Le associazioni professionali hanno il dovere di promuovere formazione, etica, competenza e trasparenza.

I cittadini, infine, hanno il diritto di compiere scelte libere e consapevoli, adeguatamente informati, senza essere indotti ad abbandonare le cure mediche né a rinunciare a strumenti complementari che possano contribuire al loro benessere.

Come Presidente di un’associazione professionale non chiedo privilegi per il Reiki, né immunità dal confronto critico. Chiedo ciò che dovrebbe valere per ogni pratica di cura complementare: che venga valutata con gli strumenti della ricerca, dell’esperienza clinica, dell’etica professionale e del rispetto della persona, evitando semplificazioni che rischiano di trasformare il dialogo in contrapposizione. La ricerca scientifica continui a interrogarsi sul Reiki con rigore; noi continueremo ad accoglierne con serietà i risultati, qualunque essi siano, perché la crescita di una disciplina passa anche attraverso il confronto con le evidenze.

Come Presidente di Reiki Professionisti Reikologi continuerò a promuovere una visione del Reiki fondata sulla responsabilità, sul rispetto della medicina, sulla collaborazione interdisciplinare, sulla ricerca scientifica e sulla libertà di coscienza di ogni persona. Perché la cura autentica nasce dall’incontro tra competenza, responsabilità e umanità. E nessuna autentica cultura della cura può crescere dove prevalgono il sospetto, la contrapposizione o la paura. Credo nella collaborazione interdisciplinare e inter-professionale, e nella ricerca scientifica, e ritengo fermamente che la salute non appartenga alle ideologie, ma alle persone. Ed è alle persone che come Reiki Professionisti Reikologi continueremo a dedicare il nostro impegno, che mette sempre al centro la dignità, la libertà e il bene della persona.

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