Cesare Di Pietro Vescovo di Locri-Gerace. Omelia nella prima Celebrazione Eucaristica a Locri
(Locri, Basilica Cattedrale di Santa Maria del Mastro, domenica 26 Luglio 2026)
Venerati Confratelli nell’episcopato,
Carissimi Presbiteri, Diaconi, Seminaristi, Consacrati e Consacrate,
Carissimi Fratelli Cristiani delle Confessioni sorelle,
Distinte Autorità civili e militari,
Fratelli e Sorelle amati nel Signore!
Con il cuore pieno di gioia, mi faccio eco da questa Cattedra – che per la prima volta ho la grazia di occupare quale Vescovo di Locri-Gerace – della Parola di salvezza dell’unico Maestro di Verità e di Vita, Cristo Gesù, Buon Pastore del Suo Popolo santo.
Egli stesso mi conceda, per intercessione della Sua e nostra Madre, che qui veneriamo con il titolo originale e significativo di “Santa Maria del Mastro”, ossia del Divin Maestro, di non lasciare cadere a vuoto nessuna delle Sue Parole, mai casuali, ma sempre appropriate per orientare il nostro cammino di pellegrini nella fede e nella speranza. Soprattutto, mi aiuti a interiorizzarle, a incarnarle, sull’esempio della Beata Vergine Maria, e a farmene condiscepolo con tutti voi, prima ancora che apostolo ed evangelizzatore, secondo la candida dichiarazione di Sant’Agostino ai suoi fedeli di Ippona: «Per voi sono Vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome è segno dell’incarico ricevuto, questo della Grazia; quello è occasione di pericolo, questo di salvezza» (Sant’Agostino, Sermone 340). Il Vangelo di oggi mi grida: un tesoro ti attende nella Diocesi di Locri-Gerace! Un tesoro inestimabile di doni divini, di consolazioni spirituali, di relazioni umane, di fratelli e sorelle da amare! Per questo, come il contadino e il mercante delle parabole, pur senza rinnegare le mie radici sante, lascio tutto per il tutto e vengo a voi per consegnare me stesso al vostro servizio. Non voglio, però, peccare d’ingenuità. Le due parabole del tesoro nascosto nel campo e della perla di grande valore presentano difatti il Regno di Dio come una realtà rispettivamente da accogliere con gratuità e da cercare con caparbietà. Non nego, pertanto, la fatica dello scavo per cavare il tesoro nascosto nelle pieghe dei sentimenti umani induriti dalla cattiveria o dall’indifferentismo religioso o nei risvolti di un tessuto sociale e, perfino, religioso segnato, a volte, da ferite ataviche e da piaghe incancrenite. Né sottovaluto l’ansia della ricerca della perla di grande valore, non sempre – anzi, quasi mai – coronata subito da successo. Ma dobbiamo cadere, forse, nell’inganno che l’azione evangelizzatrice della Chiesa sia frutto di forze e strategie umane e non piuttosto opera di Dio? E voi, miei amati Presbiteri e Diaconi, miei diletti figli e fratelli nel Signore, vorrete lasciare solo il vostro Vescovo in quest’ardua e magnifica impresa che il Signore ci affida? Sono certo – perché me ne avete già offerto tanti segni, di cui vi sono grato – che siete tutti pronti a collaborare in un’opera che non è affidata soltanto ai Pastori, ma a 1 tutte le componenti della Comunità ecclesiale in quella che adesso viene definita “corresponsabilità differenziata”. La parabola evangelica della rete sottolinea, poi, che il tempo della Chiesa è il tempo della raccolta, non della cernita, la quale competerà a Dio nel giudizio finale. La rete che getteremo insieme, sorelle e fratelli carissimi, sarà aperta all’accoglienza di tutti, senza alcuna discriminazione, perché la Chiesa non è una setta e si rivolge ai buoni, affinché siano sempre migliori, e specialmente ai cattivi, con il chiaro invito alla conversione nel Nome di Gesù, il Quale afferma: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2.17). Tuttavia, questa breve parabola insiste anche sulla cernita, cioè sulla necessità di mettersi dalla parte giusta una volta accolti nel grembo della madre Chiesa.
È l’appello forte alla giustizia, alla trasparenza, a una vita cristiana scevra da ogni compromesso col male e capace di far fiorire tutto il meglio, il tesoro che c’è dentro di noi. Nell’ultimo versetto del brano evangelico di questa domenica, Gesù dichiara: «Ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Estrarre “cose antiche” indica un cuore che fa memoria grata delle belle esperienze vissute, dei doni spirituali ricevuti dal Signore, dalla famiglia, dalla Chiesa, dagli amici, dai maestri, dai testimoni e da tutti coloro che ci hanno arricchito nel percorso di formazione e nel cammino della vita trascorsa fino a qui. La mia storia è un tesoro, come quella di ciascuno di voi, e la porto a Locri-Gerace come identità personale e bagaglio prezioso da condividere e arricchire ulteriormente con l’apporto delle vostre testimonianze di fede e di carità. Estrarre “cose nuove” indica un cuore creativo e in ricerca, che non si accontenta di replicare il passato, ma traccia strade nuove e si apre continuamente alle sorprese di Dio, per incarnare la vita in Cristo che rinnova persone e situazioni. Non sono venuto a percorrere queste strade da navigatore solitario, ma a camminare insieme a tutti voi, carissimi fratelli e sorelle che il Signore mi dona nella Locride, come Chiesa sinodale e missionaria, perché la gioia del Vangelo entri nelle persone e nelle famiglie e s’irradi in ogni angolo di questa terra provata e benedetta. Grazie per l’accoglienza calorosa che mi state offrendo! Vi porto già tutti nel cuore e, per intercessione della nostra Madre celeste, vi benedico con paterno affetto!
+ Cesare Di Pietro
Vescovo di Locri-Gerace
