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Longobucco, Mazza: “Cuore pulsante e baluardo della resilienza jonico-silana”

Intervento

Il presidio permanente della Popolazione evoca il Comune a simbolo resistente delle aree interne

Sabato 24 gennaio 2026

Non è solo una questione di coordinate geografiche, né un semplice affanno calabrese. Quando parlo di Longobucco, non sto citando soltanto un Borgo incastonato tra le asprezze della Sila Graeca; sto evocando il simbolo di una condizione esistenziale che accomuna l’intera spina dorsale del Paese. Longobucco è, oggi, il volto più nitido e doloroso delle aree interne italiane. È il paradigma di un’Italia minore solo per densità demografica, ma centrale per identità e storia. È il Comune che coraggiosamente si ritrova a combattere una battaglia impari contro l’abbandono, il silenzio delle Istituzioni e l’erosione dei diritti fondamentali. Qui, in quest’angolo diroccato della Sila Graeca, il concetto di distanza smette di essere chilometrico per farsi politico. Le strade che si sgretolano, i ponti che crollano, i servizi che arretrano e l’isolamento forzato non sono incidenti di percorso, ma i sintomi di un’emorragia che sta svuotando il cuore appenninico calabrese e, specificatamente, l’area silana. Longobucco è lo specchio di tornasole del localismo resistente che si oppone all’omologazione centralista. È la forza della dignità che guarda in faccia il destino di migliaia di Comuni italiani che si rifiutano di diventare fantasmi, rivendicando il diritto alla cittadinanza e al futuro.

L’Isolamento come sentenza: il paradosso della Sila-Mare

​Se l’Italia delle aree interne ha un monumento al fallimento della programmazione infrastrutturale, quel monumento ha le sembianze del viadotto Ortiano II. Il suo crollo, avvenuto nel maggio del 2023 sotto la spinta di una piena che non avrebbe dovuto far tremare un’opera moderna, non è stato solo un cedimento strutturale: è stato il collasso definitivo della fiducia tra il cittadino e lo Stato. A distanza di quasi tre anni, quel vuoto nel cemento è ancora lì, sospeso sul letto del fiume Trionto; a testimoniare un’inerzia che offende la logica prima ancora che la dignità di un territorio. La Sila-Mare, un’arteria concepita per essere il cordone ombelicale tra le vette della Sila Graeca e lo Jonio, resta un’opera monca. Un’incompiuta cronica che trasforma un tragitto di pochi chilometri in un’odissea d’altri tempi. Non si tratta di sfortuna geografica. L’impossibilità di completare un asse viario fondamentale in tempi civili è la prova regina del fatto che, per chi decide nelle stanze del potere, esistono cittadini privilegiati e cittadini dimenticati. Per Longobucco, la mobilità negata non è un semplice disagio: è una sentenza di isolamento. Ogni giorno di ritardo nel ripristino del viadotto e nel completamento della strada è un colpo inferto all’economia locale; un incentivo allo spopolamento e una barriera che impedisce ai soccorsi, agli avventori e alle merci di fluire liberamente. Parlare del diritto alla mobilità a Longobucco significa oggi denunciare un paradosso: mentre il Paese discute di grandi opere avveniristiche, qui si lotta per non rimanere prigionieri della propria montagna. Una strada essenziale, una speranza concreta, viene lasciata marcire tra promesse mancate e cantieri fantasma.

Oltre il Localismo: una visione tradita

​Per comprendere appieno l’entità del danno inflitto a questo territorio, bisogna tornare alla visione originaria di quella che oggi chiamiamo, quasi con rassegnazione, Sila-Mare. Questa infrastruttura, non è mai stata pensata come semplice sfogo stradale per un singolo Comune. Nasceva, in verità, con l’ambizione di essere una grande arteria di congiunzione. Un ponte logistico e culturale capace di unire i due asset della mobilità del nord-est calabrese: la SS106 e la SS107. Vieppiù, con l’obiettivo di creare amalgama fra due polmoni della Calabria settentrionale: l’altopiano silano e il litorale jonico. L’idea era quella di un vettore dinamico, una “via della bellezza” e dello sviluppo, che permettesse alla montagna e al mare di parlarsi. Con l’obiettivo di integrare l’offerta turistica e commerciale di un’intera macro-area nel segno della intermodalità. Invece, quella straordinaria visione è stata declassata a questione locale. Il progetto è stato spezzettato, ridotto a lotti infiniti e infine abbandonato al suo destino di incompiuta. Quanto detto certifica come il centralismo burocratico abbia ignorato la naturale vocazione geografica di Longobucco. Il Borgo, non doveva essere un punto d’arrivo isolato, ma uno snodo centrale di un sistema integrato. Senza quel collegamento completo e moderno, ipotizzato nel concept originario, non solo si toglie una strada alla valle del Trionto, ma si amputa una gamba al più complesso progetto di rinascita infrastrutturale dell’Arco Jonico.

Quando l’Isolamento uccide: la sanità negata

​Se la carenza di strade è un furto di futuro, l’assenza di servizi sanitari efficienti in un territorio isolato è una violazione del diritto alla vita. A Longobucco, la cronaca recente ha smesso di parlare di disagi per iniziare a contare le vittime. Non sono fatalità. Sono le conseguenze dirette di un sistema che ha deciso di ritirarsi dalle aree interne, lasciando i cittadini alla mercé della fortuna e del cronometro. I recenti accadimenti gridano vendetta. Abbiamo assistito al dolore di una Comunità che piange la perdita di un proprio caro per la mancanza di un’ambulanza in loco. Un mezzo di soccorso che, spesso, se arriva, lo fa fuori tempo massimo. Talvolta, perché quel mezzo salvavita – quando finalmente giunge tra i vicoli del Borgo – è una scatola vuota, demedicalizzata. È il paradosso della sanità di frontiera: si muore di tempo in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. Mentre il viadotto crollato resta un troncone inerte e la Sila-Mare un’utopia, i chilometri che separano Longobucco dal primo ospedale attrezzato a Corigliano-Rossano, diventano un muro invalicabile. Ogni curva della vecchia strada, ogni cantiere infinito, ogni deviazione obbligata aggiunge minuti preziosi che fanno la differenza tra la vita e la morte. In queste condizioni, una patologia cardiovascolare o un trauma grave non sono emergenze gestibili, ma condanne scritte dalla burocrazia e dall’indifferenza. Non si può parlare di “restanza” o di rilancio dei Borghi se lo Stato non garantisce nemmeno il presidio minimo della salute. La mancanza di un’automedica stabile e di una rete stradale sicura trasforma Longobucco in un’isola di terra. Un “non luogo“, dove il diritto costituzionale alla salute viene sacrificato sull’altare dei tagli alla spesa pubblica e della disattenzione politica. Chiedere strade sicure e medici a bordo delle ambulanze non è una pretesa: è il grido di chi non vuole più accettare che il proprio Paese natio determini la possibilità di sopravvivere.

L’economia del Borgo d’Argento sotto scacco

​Il paradosso di Longobucco è che non si tratta di un territorio povero, ma di un Paese impoverito. Scrivo di un Borgo che custodisce l’arte millenaria della tessitura. Uno scrigno naturalistico che vanta un patrimonio boschivo inestimabile e un potenziale turistico che altrove farebbe la fortuna di intere Regioni. Ma come si può fare impresa, come si può convincere un giovane a restare o un investitore ad arrivare, se mancano le arterie vitali? L’economia locale è oggi ostaggio di una viabilità da dopoguerra. Ogni bottega che chiude, ogni produttore che fatica a trasportare le proprie eccellenze, è il risultato di un isolamento forzato che soffoca il commercio e spegne le speranze di sviluppo. Senza infrastrutture, anche la bellezza diventa un peso. Così come, la tradizione si trasforma in una malinconica memoria di ciò che poteva essere e non è stato. Il disastro di Longobucco non è figlio del destino, ma di una politica distratta, miope e colpevolmente lenta. L’incapacità gestionale delle Classi Dirigenti si è acclarata come tradimento sistematico di tutto il territorio jonico. Le aree interne sono state trasformate in riserve di voti da dimenticare il giorno dopo le elezioni. Ma la pazienza, a Longobucco, è esaurita. Non bastano più le passerelle, i tweet di solidarietà o le promesse di imminenti cantieri che non partono mai. ​Se la politica non è in grado di garantire la sicurezza di una strada, la presenza di un medico su un’ambulanza e il diritto di fare impresa in montagna, allora quella politica ha fallito la sua missione fondamentale. Longobucco non chiede carità, chiede giustizia infrastrutturale. La battaglia di resilienza — portata avanti da giorni, con coraggio e abnegazione, — ne è la comprova. Perché senza strade e servizi non può esistere dignità. E senza dignità, non c’è Stato. Il tempo delle scuse è scaduto: bisogna ricostruire il futuro di queste aree. Altrimenti, sarà l’inerzia politica a mettere la firma definitiva sul loro certificato di morte.

Domenico Mazza