La furia di Jolina e la stasi della Politica, Mazza: “Non è fatalità. È ontologia dell’abbandono”
Dove manca la prevenzione, l’alluvione è solo l’epilogo
Mercoledì 18 marzo 2026
L’ennesima ferita al cuore dello Jonio conferma l’immobilismo istituzionale che da decenni grava su questo territorio. Non è il maltempo, né la retorica della “bomba d’acqua”, né tantomeno la categoria della fatalità a spiegare ciò che è accaduto. L’evento che ha travolto l’area compresa tra Mirto-Crosia e Corigliano-Rossano non rappresenta un’anomalia: è la riproposizione di un disastro ampiamente prevedibile. Un rito ciclico di un’area geografica lasciata al proprio destino.
Come già accaduto con l’esondazione del Crati, anche il ciclone Jolina diventa oggi testimone di una realtà inoppugnabile. In questo quadrante della Calabria, il fango è ormai l’unica evidenza tangibile di una gestione del territorio che non conosce la prevenzione. Solo la reazione tardiva. Solo l’affanno postumo.
La sedimentazione dell’incuria: alvei in regressione
Il problema non risiede nell’eccezionalità dell’evento meteorico, bensì in un processo di incuria stratificato per decenni. Gli alvei fluviali — che dovrebbero garantire il regolare deflusso idraulico verso il mare — sono stati lasciati evolvere in giungle impenetrabili, trasformati in ricettacoli di inerzia amministrativa. La mancata manutenzione non è una semplice omissione tecnica: è una linea di condotta. Una scelta reiterata che ha prodotto l’abbandono sistemico del territorio.
L’esondazione dei corsi d’acqua è il frame finale di una pellicola già vista. Un trailer di ciò che accadrà ancora se non si interviene sulla “geografia invertita”: un paradosso geomorfologico in cui il letto dei fiumi ha superato le quote dei terreni circostanti. Tale innalzamento, causato da sedimenti mai rimossi, ha mutato la natura stessa delle aste fluviali. I fiumi non scorrono più protetti nel ventre della terra: incombono su di essa come entità pensili, sospesi tra argini che non difendono più. Quando la capacità di ricezione si esaurisce, la legge di gravità compie il resto. La massa d’acqua e detriti si riversa sulle case, sulle aziende, sulle comunità: le utilizza come vasche d’espansione. Non è caso. Non è ineluttabilità. È la sintesi rigorosa e spietata di un’implacabile conseguenza meccanica: l’esito fisico dell’incuria sedimentata.
Analisi di un fallimento: tra inerzia e frammentazione
Le Classi Dirigenti hanno subordinato la sicurezza idrogeologica alla logica dell’emergenza, preferendo la gestione del danno alla sua evitabilità. La ritualità della “conta dei danni” e le passerelle istituzionali post-evento non possono più sostituire la pianificazione ordinaria e strutturale. Il dissesto idrogeologico resta un capitolo evocato nei programmi, ma inattuato nei fatti. Si dissolve nei corridoi di una burocrazia che percepisce lo Jonio come terra di confine; come un lembo remoto. Quasi un’appendice trascurabile e — pertanto — sacrificabile senza rimorsi. A ciò si aggiunge un rimbalzo di competenze tra Enti locali, Consorzi di bonifica e Regione che ha prodotto un vuoto decisionale profondo. In questo vuoto — cancellando differenze e confini — il fango è diventato l’unico elemento unificatore dell’Arco Jonico.
Non è solo una crisi ambientale: è una decrescita forzata che compromette l’economia dell’intero comprensorio e ne mortifica le prospettive di sviluppo. La civiltà jonica merita una risposta tecnica definitiva, capace di superare — una volta per tutte — questo paradigma del pantano.
L’imperativo del riscatto: oltre la rassegnazione del fango
Siamo giunti a un punto di non ritorno che impone il superamento della pura testimonianza. Non è più tollerabile che il destino della Sibaritide e dell’intera area jonica resti ostaggio di una negligenza che ha i tratti dell’omissione sistematica. Reclamare la messa in sicurezza dei bacini idrici non è una richiesta di assistenza: è un atto di cittadinanza. Un diritto elementare per un territorio che ha già pagato un tributo altissimo all’indifferenza.
La popolazione jonica non può e non deve rassegnarsi a essere sommersa dal fango dell’incuria. Serve una mobilitazione delle coscienze che costringa le Istituzioni a invertire la rotta. La terra non perdona il vuoto della Politica, e il fango di oggi è il sedimento di una responsabilità non esercitata.
È tempo di riappropriarci della nostra geografia, prima che la prossima onda di piena o l’intensa attività pluviometrica cancellino definitivamente il futuro di questa terra.
Domenico Mazza
