Calabria, Mazza: “L’illusione delle piazze piene”
Intervento
La politica confonde l’intrattenimento con la pianificazione e copre il collasso dei servizi a colpi di decibel: il pallottoliere dell’effimero
Giovedì 10 settembre 2026
Piazze gremite, luci accese, decibel al massimo, per qualche settimana d’estate la Calabria si convince di essere una terra florida, attrattiva, proiettata verso un futuro di sviluppo. I sindaci — dallo Stretto al Pollino, dal Tirreno allo Jonio — contano i presenti con l’orgoglio dei grandi numeri, esibendo le affluenze come prova del buon governo. Ma c’è un equivoco, spesso alimentato ad arte. Gli amministratori confondono volutamente i flussi turistici reali con il mero turismo di ritorno. Non sono nuovi visitatori conquistati da un brand territoriale, ma emigrati che rientrano per un mese e tornano altrove per undici. Del resto, secondo i dati Istat, negli ultimi dieci anni la popolazione calabrese è diminuita di oltre 100.000 unità. A questa emorragia contribuisce anche un saldo migratorio strutturalmente negativo e particolarmente marcato tra le fasce più giovani. I rientri estivi, per quanto affettivamente densi, non modificano il bilancio demografico. A settembre, i comuni tornano a perdere abitanti, e la media d’età della popolazione residua continua a crescere.
È un’illusione contabile: un trucco statistico che gonfia gli indici di affluenza mentre i visitatori reali restano una minoranza rispetto ai rientri della diaspora.
Le piazze si riempiono. La Calabria resta vuota.
Il paradigma resta invertito lungo la Costa degli Dei. Tropea è tra i primi 25 comuni italiani per densità turistica, Ricadi supera le 180 presenze per abitante. In questi contesti, anni di campagne di marketing territoriale continuano a richiamare flussi esogeni genuini. Questi territori sono l’eccezione. Non fanno regola.
Le macerie sotto i palchi
A settembre cala il sipario. La festa finisce, i cartelloni si strappano e i paesi si svuotano di colpo. Il crollo non è metaforico. Quando la parentesi estiva si chiude, la realtà torna a presentare il suo conto salatissimo. Lo conferma il servizio sanitario regionale, la cui mobilità passiva verso altre regioni supera i 300 milioni di euro l’anno. I pronto soccorso vivono turni di emergenza con carenze croniche di personale. Le strade provinciali, le ferrovie non elettrificate, raccontano di un territorio che non riesce a connettersi con se stesso. E nei comuni dell’entroterra, la sparizione dei servizi essenziali accelera l’emorragia demografica: plessi scolastici accorpati, uffici postali ridotti, farmacie a turnazione. Soprattutto, resta l’inarrestabile emorragia demografica di un territorio privo dei servizi più elementari. Di fronte a questa emergenza strutturale, la classe dirigente risponde con la solita distrazione di massa.
Le manifestazioni non sono solo comunali. Anche la Regione promuove iniziative con la stessa logica. Gli ultimi tre Capodanno Rai lo confermano: tanta visibilità, nessuna opera concreta dopo i titoli di coda.
È un’equazione tragica. Finanziare la serata canora è infinitamente più facile, immediato ed elettoralmente remunerativo. Progettare infrastrutture, garantire il diritto alla salute e creare le condizioni per far restare chi lavora e studia è molto più difficile. Tuttavia, non si tratta di colpe tutte equivalenti. Un sindaco di un comune montano con pochi fondi di bilancio non ha gli stessi margini di manovra degli amministratori regionali. Ma proprio per questo, la logica dell’evento diventa una scappatoia per tutti: facile per il piccolo comune, elettoralmente comoda per i grandi insediamenti antropici.
La luce si spegne. Il deficit resta.
Dai piani di sviluppo alla direzione artistica
La mutazione delle classi dirigenti è ormai compiuta: non più amministratori della cosa pubblica, ma direttori artistici. Il valore di un consorzio umano e politico non si calcola più sulla qualità delle reti idriche e stradali, sulle opportunità lavorative, sul potenziamento dei servizi. Si calcola sul nome dell’artista ingaggiato per la serata conclusiva delle manifestazioni estive.
Il cachet conta. Il resto no.
Come se il merito amministrativo si misurasse in qualità degli spettacoli e non in tasso di disoccupazione giovanile, che nella regione supera il 40%. Questo populismo dell’evento reinterpreta la logica antica del panem et circenses. Anestetizza le coscienze e baratta la mancanza di prospettive con qualche ora di svago.
Eppure, va detto: per molte comunità isolate, quella serata di piazza è l’unico momento dell’anno in cui il territorio si riconosce collettivamente. In quegli attimi, il paese torna a esistere come corpo sociale. Il problema non sono le feste in sé, ma il fatto che siano diventate la sola forma di politica pubblica. La movida si è imposta come l’unico linguaggio condiviso tra istituzioni e cittadini. Quando l’evento sostituisce il progetto, la piazza piena non è più aggregazione. Diventa surrogato.
Intanto, miliardi di fondi europei restano inutilizzati o parcheggiati in progetti fantasma. Sul PNRR: la Calabria chiude tra le ultime regioni per spesa, con il rischio concreto di perdere fondi non rendicontati entro le scadenze di Bruxelles. I pochi cantieri conclusi raccontano la stessa storia: manutenzione ordinaria spacciata per rigenerazione. Una strada riasfaltata diventa una strada rigenerata, un marciapiede rifatto una piazza riqualificata. Oltre il cantiere, nessuna di queste opere lascia un solo posto di lavoro duraturo.
I palchi si accendono. I progetti restano al buio.
La resa della pianificazione
Una comunità non sopravvive di sole sagre. La Calabria ha bisogno d’altro. Alla regione servono visione, investimenti a lungo termine e una politica che sappia guardare oltre il calendario di settembre. Servono interventi concreti e misurabili: un piano straordinario di reclutamento per medici e infermieri, con borse di studio vincolate al territorio. La rete ferroviaria, ancora arretrata, va ammodernata. Vanno inoltre potenziate le trasversali stradali che collegano l’entroterra alla costa. È necessaria una semplificazione radicale dei procedimenti per l’accesso ai fondi europei, affiancata da un controllo ferreo sulle infiltrazioni negli appalti. Va sostenuto il ritorno dei giovani con politiche attive, dallo smart working per i professionisti alla creazione di hub di innovazione agricola e digitale. Serve un piano di edilizia residenziale pubblica che non sia ghettizzazione, ma rete di opportunità.
Pretendere di misurare la virtù di un’amministrazione attraverso il successo degli spettacoli di piazza è un atto di resa culturale. Finché il consenso continuerà a essere misurato dal numero di presenze sotto un palco, la regione rimarrà prigioniera di una perenne finzione festiva. La Calabria si risveglierà, ogni autunno, nella sua amara e immutata quotidianità. La sfida non è rinunciare alle piazze, ma farle vivere anche a ottobre, a gennaio, a maggio. Servono servizi, lavoro, presidi sanitari funzionanti, strade percorribili. Il vuoto istituzionale non spaventa nessuno. Conviene a chi ci specula sopra. Altrimenti, il palco resta solo un monumento provvisorio alla resa.
Domenico Mazza
