Arco Jonico, Mazza: “L’inganno dello specchiotirrenico”
Lo Jonio si guarda nello specchio tirrenico e si crede sbagliato. Il vero limite non è lageografia.
È la vergogna di essere diversiVenerdì 19 giugno 2026L’Arco Jonico continua a commettere lo stesso errore: guardarsi allo specchioe desiderare di essere qualcos’altro. Da anni il dibattito sul turismo sialimenta di confronti impropri, paragoni suggestivi, modelli importati senzaalcuna verifica di compatibilità territoriale. Si osservano le fortune del Tirrenoe si tenta di replicarne formule, linguaggi e persino immaginari.Eppure la geografia non è un dettaglio. È il punto di partenza. Tropea, Scilla,Diamante hanno costruito la propria attrattività sulla verticalità del paesaggio, sull’effetto scenico delle falesie, sul rapporto immediato tra centro storico emare.Lo Jonio, almeno quello che dal Crotonese lambisce la Lucania, è altro. Èuna grande riviera pianeggiante, una costa lineare, un territorio dove il marenon si domina dall’alto, ma si raggiunge. Ignorare questa differenza significacostruire aspettative sbagliate e proporre al visitatore una versioneincompleta di qualcosa che altrove esiste già in forma più autentica.
Il paradosso della costa piena e dell’economia vuotaI numeri della ricettività raccontano una realtà solo apparentemente positiva.Lungo l’Arco Jonico si concentra una delle maggiori capacità di accoglienzadell’intero Mezzogiorno. Eppure questa massa di posti letto raramente sitraduce in sviluppo diffuso. È il paradosso dei villaggi-enclave: strutture cheospitano migliaia di visitatori, ma che spesso trattengono al loro internoconsumi, servizi e relazioni economiche. Fuori dai cancelli, il territorio restamarginale.A questo fenomeno si è aggiunta una pianificazione urbanistica miope che haprogressivamente trasformato molti tratti di costa in enormi quartieri stagionali. In particolare, lungo alcuni lungomari si è privilegiata lamoltiplicazione delle seconde case rispetto alla costruzione di un sistematuristico integrato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: chilometri di ediliziaresidenziale, pochi servizi, scarso indotto, centri storici sempre più scollegatidalla vita della costa.Ed è qui che il ragionamento va rovesciato.Una riviera pianeggiante, priva della spettacolarità delle falesie tirreniche, nonpuò limitarsi a subire la propria piattezza. Deve costruirci sopra. I Laghi diSibari dimostrano cosa significhi trasformare una caratteristica territoriale inun’infrastruttura d’attrazione autonoma. Un ecosistema capace di generarenautica da diporto, indotto e permanenza dove il solo richiamo balneare nonbasta. Non un modello da replicare meccanicamente, ma la prova che ancheuna costa pianeggiante può costruire attrattori turistici propri e riconoscibili.L’intero arco costiero avrebbe bisogno di più poli capaci di svolgere questafunzione, per compensare con l’ingegno ciò che la geografia non concede.Le finte destinazioni e il marketing degli espedienti Quando manca una visione, arrivano gli slogan. Negli ultimi anni il marketingterritoriale ha spesso cercato scorciatoie, affidandosi a marchi identitariutilizzati come contenitori universali. Il richiamo alla Magna Graecia èdiventato una formula buona per ogni stagione, capace di tenere insiemerealtà profondamente diverse per storia, geografia, vocazioni economiche emercati di riferimento. Ma un brand territoriale non nasce da una suggestioneculturale. Nasce dall’omogeneità dell’offerta e dalla riconoscibilità delladestinazione.Il problema non è la Magna Graecia, che resta un patrimonio storicostraordinario. Il problema è l’uso improprio che se ne fa quando la sitrasforma in una semplificazione comunicativa. La cultura può arricchire unterritorio, non sostituirne l’identità turistica. Il Codex Purpureus, i musei, icastelli, i parchi archeologici, i centri storici e le rievocazioni rappresentano unsegmento importante dell’offerta jonica. Tuttavia, parlano a pubblici diversirispetto a chi sceglie una vacanza balneare. Confondere questi livelli producesoltanto destinazioni artificiali. Mete costruite più per esigenze promozionali oelettorali che per una reale domanda di mercato. L’alibi delle infrastrutture e la sfida della veritàDi fronte a ogni ritardo, la discussione pubblica finisce quasi sempre nellostesso punto: infrastrutture insufficienti, collegamenti carenti, isolamentogeografico. Problemi reali, certamente. Ma non sufficienti a spiegare tutto.Esistono località turistiche di successo che richiedono tempi di percorrenzaanaloghi, se non superiori, a quelli necessari per raggiungere lo Jonio.
Ladifferenza è che lì il visitatore sa esattamente cosa troverà.È qui che si gioca la partita decisiva.La riviera jonica possiede caratteristiche precise e riconoscibili. Ci sonoampie spiagge, fondali pressoché sicuri, spazi adatti alle famiglie, una costanaturalmente predisposta alla nautica leggera e al turismo di lungapermanenza. È da queste peculiarità che bisogna partire. Non dalla rincorsaa modelli estranei. Non dall’eterna imitazione del Tirreno. Non dall’illusioneche basti un nuovo slogan per cambiare il destino di un territorio. Tradurrequesto in pratica significa una cosa precisa: redigere un masterplan unico perl’intero arco costiero. Un’azione sistemica capace di individuare aree vocatenon scelte a caso, ma dove la pianura, la disponibilità di acqua dolce osalmastra e la prossimità alla rete viaria lo consentono. E ivi concentrare gli investimenti in infrastrutture come quella di Sibari, invece di disperderli inmille progetti comunali scoordinati.Una cabina di regia intercomunale, non un ennesimo bando a pioggia.Perché il problema dello Jonio non è l’assenza di potenzialità. È l’assenza diuna strategia che le metta a sistema.La vera sfida consiste nell’accettare la propria natura e trasformarla in unvantaggio competitivo. Perché i territori non falliscono quando sono diversi.Falliscono quando si vergognano della propria diversità e passano il tempo ainseguire quella degli altri.Lo Jonio non sarà mai il Tirreno. E questa non è una condanna. È la sua piùgrande opportunità.Perché non serve un altro Tirreno. Serve uno Jonio che abbia il coraggio diessere se stesso.
Domenico Mazza
