CalabriaNews

Nuovo ospedale a Cosenza, Mazza: “Mentre la città litiga sul pennacchio, il diritto alla salute continua a emigrare al Nord”

Il campanile che non cura nessuno: l’ospedale non è di Cosenza. È dei calabresi

Lunedì 15 giugno 2026

C’è una patologia antica, in Calabria. Non compare nei referti clinici. Non si misura con i posti letto. Non si diagnostica con una TAC.

Si chiama campanilismo.

Ed è proprio questa malattia, ancora una volta, a rischiare di deformare una delle decisioni più importanti per il futuro sanitario dell’intera regione.

La discussione sul nuovo ospedale hub si è ormai trasformata in uno scontro tra appartenenze municipali. Da un lato c’è Cosenza città, che parla di scippo, affigge slogan, raccoglie firme, arriva persino a interpellare il Vescovo. Dall’altro c’è la Regione, che procede, coordina, organizza i tavoli tecnici. Nel mezzo, come spesso accade, restano invisibili i soli soggetti che dovrebbero contare davvero: i cittadini, i malati, le famiglie che ogni anno si spostano verso Milano, Bologna o Roma. Protagonisti loro malgrado di quel fenomeno chiamato turismo sanitario. Perché in Calabria certi interventi non si fanno, oppure non si fanno bene, oppure non si fanno in tempo.

Questa è la realtà!

Questo è il problema che dovrebbe occupare il dibattito pubblico.

Perché mentre si discute dell’indirizzo postale del nuovo nosocomio, in Calabria mancano medici ovunque: negli ospedali, nelle strutture territoriali, nelle guardie mediche. E mentre la politica cosentina si accapiglia sul nome da apporre al progetto, i calabresi non trovano un medico di famiglia e non riescono a prenotare una visita specialistica.

La disputa territoriale, per quanto comprensibile dal punto di vista emotivo, rischia di diventare ciò che non possiamo permetterci: un conflitto interno sterile, in una regione che è già tra le più fragili d’Europa anche sul piano sanitario.

Un ospedale hub non è il pronto soccorso sotto casa

Un ospedale hub da 821 posti letto, il doppio dell’attuale Annunziata, con chirurgia robotica, specialità cliniche complete e un Centro europeo di chirurgia ad alta precisione, non è l’ospedale di Cosenza. Non è l’ospedale di Rende. Non è l’ospedale di un singolo comune.

È una struttura sanitaria di livello provinciale e interprovinciale, pensata per rispondere a una domanda di salute molto ampia. E, per sua natura, va collocata nel punto in cui possa servire il maggior numero possibile di cittadini. Non già dove qualcuno ritiene di dover difendere il proprio confine amministrativo.

Del resto, la geografia non è immobile. Cambia con le infrastrutture. Si modifica con gli investimenti. Si ridisegna quando esiste una visione.

E tra Rende e Montalto stanno convergendo quattro fattori destinati a ridisegnare l’assetto territoriale di questa parte della Calabria. Il nuovo ospedale hub. La Facoltà di Medicina già operativa all’UNICAL: raccordo diretto tra formazione clinica e assistenza ospedaliera. Il nuovo svincolo autostradale, che allarga il bacino di accesso ben oltre i confini comunali. La stazione AV, che colloca quell’area su un asse di connettività che la stazione attuale di Cosenza non può offrire.

Non è una somma casuale di cantieri. È una convergenza funzionale. Quattro infrastrutture che si rafforzano a vicenda. Un polo sanitario, universitario, logistico senza precedenti. Il baricentro si sposta non per decreto, ma perché lì si addensa la connessione tra servizi, mobilità e conoscenza. Ignorarlo non è difendere Cosenza. È difendere uno status quo che Cosenza stessa ha già pagato a caro prezzo.

Il referendum che Cosenza non seppe leggere

Per capire fino in fondo questa contesa, bisogna tornare a circa un anno e mezzo fa. Al periodo in cui si celebrò il referendum sulla fusione tra Cosenza, Rende e Castrolibero, a cui si sarebbe dovuto aggiungere anche Montalto Uffugo.

Quella consultazione avrebbe potuto generare il secondo polo urbano più grande della Calabria. Un’unica realtà demografica, amministrativa e funzionale che, già oggi, esiste nei fatti. Un continuum urbano fondato su servizi condivisi, mobilità quotidiana, relazioni universitarie ed economiche comuni.

Eppure quella occasione si spense nell’indifferenza.

A votare furono in pochi, e il risultato fu paradossale. Il progetto era strutturalmente favorevole a Cosenza, che per consistenza demografica superava Rende e Castrolibero messi insieme. Ma fu proprio Cosenza a non sostenere fino in fondo il processo, con un’affluenza troppo bassa e un consenso marginale. La città che avrebbe dovuto guidare la nuova realtà urbana scelse, di fatto, di non presentarsi all’appuntamento.

Cosenza non comprese, o non volle comprendere, il significato politico e territoriale di quel passaggio. E oggi ne paga il prezzo.

Perché se quella fusione fosse andata in porto, se da quei comuni fosse nata una città realmente unitaria, oggi non esisterebbe neppure la disputa sull’indirizzo del nuovo ospedale. Nessuno si chiederebbe se la struttura sia “di Cosenza” o “di Rende”. Sarebbe semplicemente l’ospedale della città: della stessa, unica città. Le polemiche che oggi animano comitati, social e piazze sarebbero molto più deboli, forse irrilevanti. Il campanilismo, privato del suo sostegno istituzionale, avrebbe trovato meno spazio per attecchire.

Ma la storia non si scrive con i condizionali. Si scrive con le scelte.

La salute non ha confini comunali

Alla fine, la domanda vera è una sola: a chi serve questo ospedale?

Non serve soltanto a Cosenza. Non serve soltanto a Rende. Serve ai calabresi.

Serve a chi ogni anno lascia questa terra per curarsi altrove, alimentando quel dissanguamento umano ed economico che si chiama mobilità sanitaria passiva. Ridurla è uno degli obiettivi dichiarati del nuovo hub.

Serve a chi vive nel Savuto, nella Valle del Crati, nell’Alto Tirreno, nel Pollino. Serve a chi deve percorrere decine di chilometri per raggiungere una struttura di eccellenza.

La provincia di Cosenza conta circa 670.000 abitanti. Una quota significativa di questa popolazione gravita sull’asse dell’alta e media valle del Crati. Un bacino che costituisce il riferimento naturale per una grande struttura sanitaria. In questo ambito, immaginare due poli equivalenti, uno universitario ad Arcavacata e uno ad alta complessità in città, significa non aver compreso la logica di un sistema sanitario integrato.

Significa anteporre il prestigio municipale al diritto alla salute.

Il nuovo ospedale deve sorgere in quell’area cerniera tra Arcavacata e Settimo, a ridosso dei poli della ricerca, della formazione e della futura mobilità. Il resto è già compito della politica: vigilare perché la struttura sia realizzata bene, in fretta e senza ulteriori ritardi. E soprattutto perché il deserto sanitario di oggi non diventi una condizione permanente.

Servirebbe unità. Servirebbe la capacità di guardare oltre il recinto comunale. Quella visione di città unica che, un anno e mezzo fa, non trovò abbastanza coraggio, oggi potrebbe ancora trovare una forma diversa, più pragmatica. Se non la fusione mancata, almeno la collaborazione necessaria.

Il tempo stringe. I malati non chiedono in quale comune sorga un ospedale. Chiedono soltanto che ci sia, quando ne avranno bisogno.

La geografia divide i municipi. La malattia, invece, li rende tutti uguali.

Domenico Mazza

Radio Siderno La Cometa, testata giornalistica iscritta al Tribunale di Locri registro stampa n. cronol. 163/2026. Direttore Responsabile: Michele Macrì