E’ morto il professore Domenico Minuto
Domenico Minuto, maestro di silenzio e di pietre antiche
Ci sono studiosi che lasciano libri. E poi ci sono studiosi che lasciano sentieri. Il professor Domenico Minuto apparteneva a questa seconda specie rara: uomini che non si limitano a studiare la storia, ma la percorrono, la interrogano, la riportano alla luce con la pazienza di chi sa ascoltare le pietre e i luoghi. Il mio rapporto con lui iniziò intorno al 2010, quando stavo conducendo alcune ricerche sulle origini del Santuario di Polsi. Da quel momento si aprì un dialogo che negli anni è diventato qualcosa di più di un semplice confronto tra studioso e ricercatore più giovane. Sono seguite escursioni, scampagnate, lunghe conversazioni. Abbiamo parlato del monastero di Santa Apollinare a Platì, delle antiche vie dell’Aspromonte, dei toponimi delle contrade montane, di Polsi, di Pietra Cappa, di monasteri dimenticati e di eremi nascosti tra le rocce. Ma soprattutto abbiamo parlato di questa terra. Perché Minuto non era soltanto uno storico. Era uno di quegli uomini che l’Aspromonte sembrano averlo nel sangue. Chi ha avuto la fortuna di incontrarlo ricorderà il suo studio: pieno di libri, fogli, appunti, carte, fotografie di icone bizantine attaccate perfino al soƯitto. Un luogo che sembrava più una piccola oƯicina della memoria che uno studio accademico. E poi quella sua voce flebile, quasi sussurrata, come se le storie che raccontava appartenessero a un tempo antico che non voleva disturbare. Domenico Minuto è stato uno dei maggiori studiosi della Calabria greca e bizantina. La sua produzione scientifica è vastissima e si concentra su alcuni ambiti fondamentali: architettura religiosa, topografia storica, monachesimo italo-greco e civiltà rupestre. Tra le opere fondamentali della sua lunga attività scientifica spicca il volume del 1977: Catalogo dei monasteri e dei luoghi di culto tra Reggio e Locri, un lavoro sistematico e pionieristico che ha rappresentato una delle prime ricognizioni scientifiche organiche dei complessi monastici e delle architetture religiose della Calabria meridionale. A questa ricerca si aƯiancano altre opere che sono diventate veri e propri punti di riferimento per gli studi storici e archeologici regionali. Chiesette medievali calabresi a navata unica (1985), scritto insieme a Sebastiano Venoso, uno studio tecnico e iconografico che analizza una tipologia architettonica molto diƯusa nella Calabria medievale, e I monasteri greci tra Reggio e Scilla (1998), che concentra l’attenzione sull’area tirrenica meridionale ricostruendone la presenza monastica e le dinamiche religiose. Nel 2002 Minuto pubblicò inoltre Profili di santi nella Calabria bizantina un volume dedicato all’agiografia e alla storia del monachesimo, che contribuì a chiarire il ruolo delle figure spirituali nella formazione della cultura religiosa della Calabria medievale. Quella di Minuto è stata una ricerca sul campo. Molti di quei luoghi li ha raggiunti quando ancora non esistevano sentieri segnati, quando l’Aspromonte era abitato quasi soltanto da pastori e boscaioli. Il suo lavoro nasceva spesso dall’osservazione diretta del territorio, da lunghe camminate, da sopralluoghi tra ruderi e luoghi dimenticati. In questo senso qualcuno ha scritto, con un’immagine eƯicace, che Minuto era una sorta di Indiana Jones della Calabria bizantina, ma armato soltanto di taccuino, pazienza e passione. Consulto spesso il suo Catalogo e mi ha sempre aƯascinato il fatto di riportare, in quello che è stato un’opera altamente storica e scientifica, i nomi dei vari accompagnatori pastori, contadini, viandanti, passanti amici e persone di ogni tipo che lui ha incontrato. Accanto alla produzione scientifica più strettamente accademica, Minuto ha saputo coniugare il rigore dello studioso con una profonda passione per l’esplorazione del territorio. Negli anni successivi ha continuato a indagare i percorsi e i paesaggi storici della regione, come dimostra anche Antichi passi (2018), scritto con Alfonso Picone Chiodo, dedicato ai cammini e agli itinerari percorsi da figure storiche e tradizionali del territorio. Negli ultimi anni ha dato vita a una serie di opere che riflettono la maturità del suo pensiero e l’ampiezza dei suoi interessi. Tra queste Foglie Levi (2007), una raccolta di scritti dedicati ai Greci, alla Chiesa d’Oriente e ai beni culturali della Calabria meridionale; Sussidiario calabrese (2010), un testo che sintetizza la sua visione della storia e dell’identità del territorio; Tradizione (2011), in cui riflette sul costume e sulla continuità spirituale della cultura calabrese attraverso i secoli; e Otto santi: monaci siciliani in Calabria e altrove (2016), un lavoro di traduzione e commento alle antiche biografie greche di figure monastiche legate alla storia religiosa del Mediterraneo meridionale. Nel 2020 pubblicò anche Parole per la Divina Commedia, un’opera che dimostra la vastità dei suoi interessi e la sua capacità di muoversi con naturalezza anche al di fuori degli studi specificamente bizantini. Ma ridurre Domenico Minuto alle sue opere sarebbe ingiusto. Il tratto che più colpiva chi lo incontrava era la sua straordinaria umiltà. Non amava le formalità accademiche e non cercava riconoscimenti. Ricordo che in una delle prime e-mail pensai di rivolgermi a lui con tono reverenziale e mi rispose «Francesco, non mi chiami maestro, ma amico». Quelle parole dicono molto più di qualsiasi curriculum. Da qualche anno lo scambio di messaggi con sua figlia Sara mi ha fatto sentire, in qualche modo, ancora più vicino a lui nella distanza ma tra le tante cose che mi legano alla sua memoria ce n’è una che custodisco con particolare emozione, solo pochi mesi fa ho avuto la fortuna di ricevere la prefazione che ha scritto per il mio prossimo libro. È uno di quei doni che non si misurano in pagine, ma in significato. Per me rappresenta non soltanto un riconoscimento scientifico, ma soprattutto il segno di un rapporto umano costruito negli anni tra conversazioni, camminate e ricerche condivise. Domenico Minuto ha lasciato centinaia di saggi, libri e studi che continueranno a guidare la ricerca storica sulla Calabria bizantina. Ma la sua eredità più importante forse non è nei libri. È nelle domande che ha insegnato a porre. Ogni pietra dell’Aspromonte, ogni rudere di chiesa bizantina, ogni toponimo greco delle nostre montagne racconta una storia. E grazie al suo lavoro molti di quei racconti sono tornati a parlare. Io sono solo uno dei tanti che ha avuto la fortuna di sedergli accanto e ascoltarlo. E chi ha avuto questa fortuna sa bene che da quelle conversazioni si usciva sempre con la sensazione di aver camminato un po’ più dentro la storia. Il professor Domenico Minuto non è più fra noi nel copro ma è presente in quei sentieri, tra monasteri dimenticati, eremi rupestri e pietre antiche, ed è lì che continua a camminare anche la sua voce.
Buon cammino caro professore
Francesco Violi
